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Controvento… per cambiare rotta

  16 Settembre 2026

Con la vela l’Associazione Jonathan trasforma il mare in una scuola di responsabilità, libertà e riscatto per giovani provenienti dall’area penale

Da oltre trent’anni l’Associazione Jonathan costruisce percorsi educativi e occasioni di cambiamento per adolescenti e giovani adulti che hanno conosciuto l’emarginazione, la fragilità sociale e il circuito penale. La sua storia nasce a Scisciano, nell’area nolana, dove Vincenzo Morgera, sociologo e fondatore della comunità, e Silvia Ricciardi, sociologa e presidente dell’Associazione, hanno dato vita a un’esperienza capace di unire accoglienza, educazione, formazione e reinserimento sociale.

Il loro lavoro parte da una convinzione precisa: un ragazzo non coincide con l’errore commesso. Per cambiare direzione, però, non bastano l’assistenza o la benevolenza. Servono adulti credibili, regole, responsabilità, fiducia e occasioni concrete nelle quali misurarsi con le proprie capacità.

È in questa prospettiva che la vela è diventata una delle esperienze più significative promosse da Jonathan. Non un’attività ricreativa né una parentesi lontana dalla quotidianità, ma una vera palestra educativa. In mare ciascuno deve conoscere il proprio compito, rispettare i tempi degli altri, affrontare l’imprevisto e contribuire alla sicurezza dell’intero equipaggio. Nessuno può essere soltanto spettatore e nessuno può pensare di farcela da solo.

Silvia Ricciardi descrive la relazione educativa come la costruzione di “un’altra possibilità”, che richiede però anche il coinvolgimento diretto del ragazzo: “Esigendo il rispetto che si deve a chi ti sta costruendo un’altra possibilità e ha bisogno del tuo impegno”.

L’accoglienza, dunque, non significa eliminare le difficoltà o sottrarre i giovani alle conseguenze delle loro azioni. Significa accompagnarli perché imparino a riconoscere gli errori, ad assumersi responsabilità e a scoprire risorse personali che spesso non hanno mai avuto la possibilità di esprimere.

Anche il ruolo degli educatori è definito con chiarezza. Vincenzo Morgera parla di adulti capaci di essere “punti di riferimento”, non “direttori” e neppure “capi” o “padroni”. L’autorevolezza non nasce dal controllo, ma dalla presenza costante, dalla coerenza e dalla capacità di indicare una direzione senza sostituirsi alla persona.

Il mare come spazio di libertà L’incontro tra Jonathan e la vela risale all’estate del 2009. Da un’esperienza realizzata a Ischia con alcuni bambini accolti dalla comunità nacque l’intuizione di estendere il rapporto con il mare anche ai ragazzi dell’area penale. Quella prima esperienza mostrò che, osservate dal mare, “le cose, i fatti, le persone” potevano assumere una prospettiva differente.

Silvia Ricciardi spiega che la scelta della vela rispondeva al desiderio di offrire “un altro modo di dare libertà a chi, in quel preciso momento, la libertà non l’aveva”. Significava anche rovesciare un paradigma, rendendo accessibile a giovani provenienti da contesti marginali uno sport generalmente percepito come elitario.

La vela racchiudeva soprattutto due grandi potenzialità educative: disciplina e bellezza. La disciplina necessaria per governare una barca, rispettare le regole e lavorare con gli altri; la bellezza di un’esperienza capace di allargare lo sguardo, sottrarre i ragazzi alle etichette e mostrare loro possibilità fino a quel momento sconosciute.

In barca, infatti, le differenze sociali perdono centralità. Non contano il quartiere di provenienza, il passato giudiziario o il pregiudizio degli altri. Conta la capacità di ascoltare, imparare, mantenere la concentrazione e contribuire alla vita dell’equipaggio. Il mare non concede scorciatoie: impone attenzione, pazienza, collaborazione e fiducia reciproca.

Dal sogno al metodo educativo Per Vincenzo Morgera, la storia di Jonathan è stata alimentata da una “propensione al sogno”, da una componente un po’ irrazionale che permette di immaginare ciò che ancora non esiste. Il sogno, tuttavia, non rimane un’aspirazione astratta. Si trasforma in un ragionamento, una programmazione, un metodo.

È questo passaggio a caratterizzare l’identità dell’Associazione: l’intuizione diventa progetto educativo; l’esperienza diventa formazione; la relazione personale si inserisce in una rete più ampia di responsabilità sociali e istituzionali.

Morgera definisce questo approccio una «forma di socialismo delle emozioni»: uno spazio comunitario nel quale, pur conservando ruoli distinti e chiari, ciascuno mette a disposizione degli altri esperienze, relazioni e opportunità che hanno già prodotto un cambiamento nella propria vita.

Non si tratta quindi di beneficenza. L’obiettivo non è offrire qualcosa dall’alto a persone considerate passive o incapaci, ma creare le condizioni perché ogni ragazzo possa partecipare, assumere un ruolo, conquistare fiducia e diventare progressivamente responsabile del proprio percorso.

Una responsabilità che riguarda l’intera società

Questa visione emerge anche nell’analisi pubblicata su la Repubblica, firmata da Silvia Ricciardi, Vincenzo Morgera e Giovanni Salomone per l’Associazione Jonathan. Gli autori sottolineano che i problemi della devianza minorile e giovanile non possono essere attribuiti soltanto alle famiglie o alla scuola, spesso lasciate sole ad affrontare fenomeni complessi e profondamente radicati.

Affermano invece che “il sociale è parte integrante dello sviluppo economicosociale-culturale» e che lo Stato non può agire come un «semplice erogatore di risorse economiche”. Deve essere un soggetto attivo nella costruzione degli interventi, nella loro gestione e nella valutazione dei risultati.

Ricciardi, Morgera e Salomone richiamano inoltre il peso dei pregiudizi verso «il diverso, il povero, l’escluso». Nei confronti di queste persone, scrivono, troppo spesso “alziamo muri, mettiamo distanze” oppure, nella migliore delle ipotesi, ci limitiamo alla beneficenza.

L’esperienza di Jonathan si colloca nella direzione opposta. Non considera i giovani destinatari passivi di un aiuto, ma persone da coinvolgere in un percorso esigente, capace di riconoscerne insieme la dignità, le potenzialità e le responsabilità.

Per contrastare le disuguaglianze, l’emarginazione e la forza dei sistemi criminali occorre, secondo l’analisi pubblicata su la Repubblica, una risposta condivisa che coinvolga “lo Stato in tutte le sue articolazioni, istituzioni, società civile, privato profit, privato non profit”. Un progetto fondato su «un modello che valorizzi la partecipazione e la responsabilità sociale».

In questo sistema il privato sociale non deve essere considerato né un concorrente delle istituzioni né un sostituto permanente dello Stato. La sua funzione è complementare e sussidiaria: l’esperienza maturata nei territori, la conoscenza delle fragilità e la capacità di costruire relazioni devono essere riconosciute come una risorsa e non un problema.

Imparare a governare il vento La storia dell’Associazione Jonathan tiene così insieme il cambiamento individuale e la responsabilità collettiva. Da una parte ci sono i ragazzi, chiamati a riconoscere gli errori, rispettare le regole e partecipare attivamente alla costruzione del proprio futuro. Dall’altra c’è una comunità che deve offrire opportunità reali, servizi capaci di dialogare e istituzioni disponibili a «fare rete, a fare sistema con le realtà del territorio.

La vela rappresenta la sintesi più concreta di questa visione. Per avanzare non basta ricevere la spinta del vento: occorre conoscere le manovre, governare le corde, fidarsi dell’equipaggio e assumersi la responsabilità della rotta.

È questa la sfida di Jonathan: non cancellare il passato, ma impedire che diventi una condanna. Trasformare la libertà in responsabilità, il sogno in metodo e una barca in un luogo dal quale ricominciare.

Puoi trovare l’articolo sulla rivista dodicimagazine su : https://www.yumpu.com/it/ArchitestoSrl

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