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Il vento che educa

  11 Agosto 2026

La vela come scuola di regole, bellezza, responsabilità e riscatto per i giovani più fragili

La vela non è soltanto sport, tecnica, competizione o passione per il mare. È anche un linguaggio educativo, un’esperienza collettiva, un esercizio di responsabilità. Su una barca a vela non si sale semplicemente per navigare: si entra in uno spazio regolato, condiviso, vivo, dove ogni gesto ha una conseguenza e dove nessuno può davvero procedere da solo. Il mare diventa così una grande aula aperta, capace di insegnare senza retorica il valore delle regole, della collaborazione, della pazienza e della fiducia.

In una città e in un territorio profondamente legati al mare, questa dimensione sociale della vela assume un significato ancora più forte. La barca può diventare uno strumento di inclusione, un luogo in cui ragazze e ragazzi provenienti da contesti difficili sperimentano relazioni diverse, scoprono la bellezza della natura, imparano a misurarsi con il limite e con la responsabilità. Non si tratta di evasione dalla realtà, ma di un modo concreto per rientrarvi con strumenti nuovi.

È in questa prospettiva che le parole di Piero Avallone, magistrato e già presidente del Tribunale per i Minorenni di Salerno, acquistano particolare valore. «Spesso si chiede per quale motivo si debbano portare i ragazzi a rischio di devianza o già devianti in barca a vela». La risposta, spiega Avallone, non riguarda soltanto lo sport, che è già di per sé uno strumento utile alla socializzazione e al rispetto delle regole. La vela aggiunge qualcosa di più profondo: consente a ragazzi spesso deprivati di incontrare «il bello». Il bello del mare, del contatto con la natura, della collaborazione con gli altri. Esperienze che a molti di loro sono state negate o che non hanno potuto vivere dentro un contesto educativo stabile.

Avallone individua nella vela una forma concreta di educazione attraverso l’esperienza. Non una lezione astratta, non un discorso morale, ma un apprendimento che passa dal gioco, dal corpo, dall’attenzione, dalla fatica. «Attraverso il gioco è possibile veicolare ai ragazzi principi e valori più facilmente che con altri mezzi o strumenti». La barca a vela, osserva, è profondamente diversa da una barca a motore. Quest’ultima si muove grazie a un motore che basta avviare; la vela, invece, richiede ascolto, tecnica, misura. Per navigare bisogna leggere il vento, regolare le vele, comprendere la rotta, accettare che il percorso verso la meta non sia quasi mai diretto. «Se non si rispettano le regole la barca non si muove». E ancora: «Senza una attenta collaborazione di tutti gli uomini dell’equipaggio la barca non si muove».

In questa immagine c’è una potente metafora della vita sociale. La meta non si raggiunge da soli, né attraverso scorciatoie. Occorrono pazienza, perseveranza, rispetto dei ruoli, capacità di stare dentro un gruppo. Occorre soprattutto imparare che la libertà non coincide con l’assenza di regole, ma con la possibilità di orientarsi dentro un sistema di limiti condivisi. La vela insegna tutto questo senza proclamarlo. Lo fa nel momento in cui un ragazzo comprende che una manovra sbagliata, una cima mollata male, un comando ignorato possono compromettere l’intero equipaggio. La responsabilità smette così di essere una parola astratta e diventa gesto, attenzione, conseguenza.

Per questo Avallone insiste su un punto essenziale: portare ragazzi fragili o provenienti da percorsi difficili in barca non significa concedere un premio. «Non è un premio: è un’attività educativa che richiede da parte dei ragazzi applicazione e partecipazione». La vela, in questa lettura, diventa una scuola severa e luminosa insieme. Chiede disciplina, ma offre bellezza. Chiede rispetto, ma restituisce fiducia. Chiede fatica, ma apre un orizzonte. E proprio l’orizzonte, per molti ragazzi cresciuti dentro contesti segnati da povertà educativa, marginalità o conflitto con la legge, può essere la prima vera scoperta.

Una delle esperienze più significative in questo campo è il progetto Jonathan Vela “Tutti a Bordo ”, legato all’impegno di Enzo Morgera e Silvia Ricciardi. Da anni Jonathan lavora con minori e giovani dell’area penale interna ed esterna, in custodia cautelare, misura cautelare o messa alla prova, utilizzando il mare e la navigazione a vela come strumenti di recupero, formazione e inclusione sociale. Il progetto nasce da una convinzione educativa precisa: andare per mare può diventare una grande lezione di vita, perché la pedagogia della vela trasforma la barca in un laboratorio di conoscenza di sé, di incontro con l’altro, di avventura e di responsabilità. In questo senso, l’esperienza velica possiede la forza di trasformare il “branco” in equipaggio, cioè un gruppo disordinato o fragile in una comunità fondata su ruoli, regole, fiducia e obiettivi condivisi.

La peculiarità del progetto sta anche nella sua complessità organizzativa e operativa. Non si tratta di una semplice attività ricreativa proposta ai ragazzi dell’area penale, ma di un percorso strutturato, che richiede competenze tecniche, skipper professionisti, educatori, operatori, attrezzature, abbigliamento marino, gestione dell’imbarcazione e partecipazione a competizioni veliche. Proprio questa complessità conferisce al progetto un valore formativo ulteriore: i ragazzi non sono ospiti occasionali di una gita in mare, ma parte di un processo che li chiama a impegnarsi, apprendere, rispettare tempi e consegne, riconoscere ruoli e responsabilità.

Jonathan ha sperimentato negli anni le grandi potenzialità dello sport velico nei processi educativi e di recupero. La vela permette infatti di far incontrare due mondi spesso separati da paura, distanza e pregiudizio: quello della società civile e quello degli esclusi, degli emarginati, dei ragazzi entrati nel circuito penale. La navigazione proietta questi giovani in una dimensione nuova, consentendo loro di accedere a emozioni spesso sconosciute: un cielo stellato, un tramonto, la percezione della bellezza del paesaggio, ma anche la tensione positiva di una gara e il sentirsi finalmente parte di un contesto riconosciuto.

In questa prospettiva, la barca diventa uno spazio raccolto e intenso, nel quale l’“andar per mare” si trasforma in un viaggio interiore. A seconda delle storie personali, il cambiamento può essere evidente o impercettibile, ma avviene attraverso l’incontro con l’altro, la riscoperta delle emozioni, la rilettura del proprio vissuto e del rapporto con l’ambiente circostante. Il progetto lavora proprio sulla valorizzazione della persona, offrendo strumenti concreti per riscoprire il proprio valore, il proprio sentire, le proprie aspirazioni e il proprio ruolo dentro una comunità.

A questa dimensione educativa si affianca anche un percorso di conoscenza del territorio campano, del suo patrimonio naturalistico, storico e culturale. Grazie alla collaborazione con l’associazione Napoli da Cima a Fondo, il progetto propone attività escursionistiche, visite guidate e laboratori pensati per accrescere nei ragazzi il senso di appartenenza a un contesto sociale e paesaggistico spesso vissuto solo marginalmente. Il mare non è dunque uno scenario neutro, ma diventa porta d’accesso a una cittadinanza più consapevole, a una relazione più armoniosa con la natura e a una diversa percezione dei luoghi in cui si vive.

Nel tempo, Jonathan ha trasformato la navigazione a vela da sport percepito come elitario a strumento di intervento sociale. Dopo una prima fase vissuta come ospite dei circoli velici cittadini, il progetto ha costruito una collaborazione strutturale con la Lega Navale e la Marina Militare di Napoli. Un passaggio decisivo è stato l’affidamento, da parte dell’autorità giudiziaria, di un’imbarcazione di 14 metri confiscata alla criminalità organizzata, la Blue Marlin II “Le Principesse ”. Anche qui il valore simbolico è forte: una barca sottratta a un circuito criminale viene restituita alla collettività come strumento di educazione, legalità e riscatto.

Il percorso prevede la formazione di un equipaggio composto da cinque ragazzi, accompagnati da un educatore dell’area pedagogica, da un operatore dell’area ambientale e da due skipper professionisti. Le attività si sviluppano durante l’intero anno, con lezioni teoriche e pratiche, esercitazioni in mare, formazione sulla sicurezza e preparazione alle regate. L’obiettivo non è soltanto imparare a condurre una barca, ma costruire un gruppo competente, affiatato e motivato, capace di riconoscere l’interdipendenza dei suoi membri e di accettare regole, gerarchie e ruoli come risorse indispensabili per la sicurezza comune e per il raggiungimento di una meta.

La forza del progetto Jonathan sta dunque nell’aver fatto della vela una forma concreta di giustizia educativa. Non cancella le fragilità, non semplifica le biografie, non pretende di risolvere da sola problemi complessi. Ma offre un contesto in cui i ragazzi possono sperimentare una diversa immagine di sé. A bordo non conta soltanto ciò che si è stati o ciò che si è sbagliato: conta ciò che si è capaci di fare insieme agli altri, nel rispetto di una rotta, di una regola, di una responsabilità condivisa. Ed è proprio qui che la vela rivela la sua funzione sociale più profonda: trasformare il mare in un luogo di apprendimento, la barca in una comunità e la rotta in una possibilità di cambiamento.

In questa stessa geografia morale si inserisce la storia di Federica, la barca a vela affidata all’Università degli Studi di Napoli Federico II dopo una vicenda di sequestro legata al traffico di migranti. Precedentemente denominata Julia, l’imbarcazione era stata fermata nel maggio 2023 nelle acque siciliane con a bordo 71 migranti, tra cui donne e minori. Da strumento dell’illegalità e dello sfruttamento, Federica è stata trasformata in bene pubblico, laboratorio galleggiante, piattaforma per la ricerca, la didattica, la sostenibilità e la cultura della legalità.

Il suo nuovo nome richiama l’identità dell’Ateneo federiciano e la sua missione: trasformare conoscenza e responsabilità in futuro condiviso. Destinata ad attività scientifiche e formative, Federica rappresenta una delle immagini più forti del rapporto possibile tra vela, legalità e riscatto civile. Una barca nata, nella sua vicenda italiana, dentro una pagina oscura del Mediterraneo viene restituita alla collettività come luogo di studio, formazione e responsabilità.

Così la vela mostra la sua funzione più profonda. Può essere sport, avventura, tecnica, passione. Ma può essere anche seconda occasione. Può insegnare che una meta si raggiunge solo rispettando il vento, le regole e gli altri. Può trasformare il mare da confine a possibilità, da luogo di smarrimento a spazio di orientamento. E per chi non ha mai avuto una rotta, può diventare l’inizio di un viaggio nuovo.

dir.

Puoi trovare l’articolo sulla rivista dodicimagazine su : https://www.yumpu.com/it/ArchitestoSrl

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