La ricerca ascolta il mare del Golfo
02 Agosto 2026
La Stazione Zoologica Anton Dohrn rafforza il proprio ruolo di presidio internazionale per la conoscenza, il monitoraggio e la tutela degli ecosistemi marini proprio nello specchio d’acqua destinato a diventare palcoscenico mondiale della vela
Con la 38ª America’s Cup Napoli porterà al centro dell’attenzione mondiale il suo rapporto millenario con il mare, trasformando il campo di regata in una vetrina sportiva, tecnologica, culturale e ambientale. Ma proprio lì, dove gli scafi voleranno sull’acqua e dove il vento diventerà linguaggio agonistico, esiste già da tempo un altro laboratorio d’eccellenza: quello della Stazione Zoologica Anton Dohrn, una delle istituzioni scientifiche più autorevoli al mondo nel campo della biologia marina e dell’ecologia, fondata nel 1872 e oggi punto di riferimento internazionale per lo studio della vita negli oceani.
La presenza della Stazione Zoologica Anton Dohrn nel cuore di Napoli conferisce alla città un primato che va oltre la dimensione sportiva. Il Golfo è infatti anche un ecosistema complesso, fragile e sorprendentemente ricco, nel quale convivono pressioni antropiche, biodiversità profonda, habitat sommersi di straordinario valore e segnali sempre più evidenti dei cambiamenti climatici. In questa prospettiva, l’arrivo della competizione velica più antica e prestigiosa del mondo diventa anche un’occasione per raccontare il mare non come semplice fondale scenografico, ma come organismo vivente, da osservare, comprendere e proteggere.
È in questa cornice che assume particolare rilievo l’avvio, nel maggio 2026, del monitoraggio robotizzato del plancton nel Golfo di Napoli attraverso l’installazione dell’ Imaging FlowCytobot, o IFCB, realizzata dalla Stazione Zoologica Anton Dohrn. Si tratta della prima installazione di questa tecnologia nel Mar Mediterraneo: un vero microscopio sottomarino capace di analizzare l’acqua in continuo e di acquisire fino a 30.000 immagini ad alta risoluzione ogni ora, aprendo una nuova fase nella conoscenza degli ecosistemi marini.
L’importanza del plancton è inversamente proporzionale alla sua visibilità. Invisibile a occhio nudo, costituisce uno dei pilastri della vita sul pianeta. Il fitoplancton produce una quota essenziale dell’ossigeno che respiriamo, assorbe anidride carbonica e rappresenta la base delle reti alimentari marine. Monitorarne le variazioni significa dunque leggere in tempo reale lo stato di salute del mare. I tradizionali campionamenti manuali, per quanto fondamentali, non sempre riescono a cogliere la rapidità con cui queste comunità si trasformano. L’ IFCB, installato sulla boa elastica Meda B della SZN, alimentata da pannelli solari e dotata di sensori per temperatura, salinità, correnti e dati meteorologici, consente invece un’osservazione continua, ad alta frequenza, integrata con algoritmi di Intelligenza Artificiale e machine learning.
La svolta è scientifica e culturale insieme. Lo strumento, infatti, permette di osservare le risposte del plancton alle variazioni ambientali su scale temporali estremamente brevi, anche nell’ordine delle ore. È proprio in questi intervalli che spesso si manifestano i processi più significativi: successioni di specie, fioriture improvvise, presenza di organismi potenzialmente tossici, interazioni biologiche e risposte agli impatti antropici. In un mare esposto alle pressioni della città, del traffico marittimo, della pesca, del turismo e del cambiamento climatico, poter disporre di dati quasi in tempo reale significa trasformare la ricerca in uno strumento operativo di prevenzione e tutela.
Il progetto è anche il risultato di una filiera di competenze che conferma la capacità della Stazione Zoologica Anton Dohrn di unire ricerca di frontiera, tecnologia, tassonomia, ingegneria marina e gestione dei dati. Il coordinamento scientifico è stato curato da Leonilde Roselli ed Emilie Houliez, esperta internazionale di questa tecnologia; l’analisi della biodiversità e il riconoscimento tassonomico delle specie hanno coinvolto Diana Sarno, con il supporto di Eleonora Scalco e Melponemi Mente; l’integrazione tecnologica sulla piattaforma Meda B è stata affidata ad Augusto Passarelli e Simonepietro Canese, mentre la messa in opera in mare è stata resa possibile dallo staff tecnico composto da Francesco Terlizzi, Davide Errico, Roberto Gallia, Marco Cannavacciuolo, Claudio Iorio e Vincenzo Rando, con il supporto manageriale di Teresa Romeo. È un esempio concreto di come la protezione del mare richieda oggi una scienza corale, interdisciplinare e capace di operare sul campo.
Ma il Golfo di Napoli non rivela soltanto la fragilità dei suoi equilibri superficiali. Le ricerche più recenti della Stazione Zoologica Anton Dohrn hanno mostrato anche la vitalità dei suoi ambienti profondi. Nell’aprile 2026 i ricercatori hanno documentato, tra Ischia e Capri, un’aggregazione di squali capopiatto, Hexanchus griseus, a circa 200 metri di profondità, con individui che possono raggiungere i cinque metri di lunghezza. La scoperta, pubblicata sulla rivista internazionale Ecology, è particolarmente significativa perché riguarda una popolazione di grandi predatori in prossimità di una grande area metropolitana.
L’immagine è potente: sotto la superficie di uno dei golfi più celebri e frequentati del Mediterraneo, sopravvive una dimensione quasi arcaica, popolata da specie poco conosciute e da equilibri profondi ancora in larga parte da esplorare. Come ha evidenziato Simona Noè, autrice principale dello studio, la presenza di numerosi esemplari in un’area relativamente circoscritta potrebbe essere favorita dalla protezione indiretta offerta dai banchi di coralli di acque profonde, che rendono più difficili alcune attività di pesca. Il responsabile del progetto, Trevor Willis, ha inoltre sottolineato il possibile ruolo ecologico di H. griseus nel trasferimento di nutrienti dagli strati superficiali alle profondità. Anche in questo caso, il dato scientifico si trasforma in messaggio ambientale: il Golfo non è un contenitore inerte, ma un sistema verticale, nel quale superficie e profondità dialogano continuamente.
La tutela di questi ambienti è al centro anche di un’altra iniziativa pionieristica coordinata dalla Stazione Zoologica Anton Dohrn: il restauro passivo degli ecosistemi profondi del Golfo di Napoli, nell’ambito del progetto europeo LIFE DREAM. Nel marzo 2026 il Golfo è diventato teatro di una delle prime operazioni di questo tipo mai realizzate nel Mediterraneo, con la rimozione di reti, lenze e attrezzi da pesca abbandonati dagli habitat a coralli e spugne. Le attività si sono svolte durante la campagna oceanografica DEMETRA, a bordo della nave Gaia Blu del Consiglio Nazionale delle Ricerche, in collaborazione con il CNR-ISMAR e con l’ Area Marina Protetta Regno di Nettuno.
Gli interventi hanno riguardato siti di grande valore ecologico, tra cui una secca rocciosa tra i 200 e i 300 metri di profondità, popolata da coralli neri, e il Canyon Dohrn, ecosistema profondo caratterizzato dalla presenza di coralli bianchi, ostriche centenarie e specie rare del Mediterraneo. Queste foreste sommerse costruiscono habitat tridimensionali indispensabili per molte forme di vita marina, ma sono minacciate dagli attrezzi da pesca abbandonati, che si avvolgono sulle colonie provocando abrasioni, lesioni, sofferenza fisiologica e perdita di capacità riproduttiva. Rimuoverli significa ridurre una pressione diretta e consentire alla natura di avviare, quando possibile, i propri processi di recupero.
Il valore simbolico di questa operazione è enorme: alcuni coralli neri del Mediterraneo possono superare i 2.000 anni di età. Liberarli dai rifiuti marini significa dunque proteggere organismi che sono insieme archivi biologici, custodi della memoria ambientale e infrastrutture viventi della biodiversità. In un’epoca in cui la parola sostenibilità rischia spesso di restare astratta, l’immagine di un ROV che, con precisione chirurgica, taglia lenze e rimuove frammenti di reti da organismi millenari restituisce concretezza al concetto di cura del mare.
La 38ª America’s Cup porterà nel Golfo di Napoli tecnologia nautica, competizione, pubblico internazionale, innovazione e attenzione mediatica. Ma la sfida più alta sarà dimostrare che un grande appuntamento sportivo può convivere con una nuova consapevolezza ambientale. La presenza della Stazione Zoologica Anton Dohrn offre a Napoli una risorsa unica: un presidio scientifico capace di osservare il mare prima, durante e dopo l’evento, contribuendo a costruire un racconto fondato non solo sulla bellezza del paesaggio, ma sulla responsabilità verso l’ecosistema che lo rende possibile.
Da oltre centocinquant’anni la Stazione Zoologica Anton Dohrn fa di Napoli una capitale internazionale della ricerca marina. Nata dall’intuizione di Anton Dohrn, che volle creare nel Mediterraneo una comunità scientifica aperta al mondo, l’istituzione continua oggi a interpretare quella vocazione con strumenti nuovi: robotica, sensori autonomi, intelligenza artificiale, veicoli subacquei, piattaforme osservative, tassonomia avanzata e cooperazione europea. Il suo prestigio non è soltanto storico, ma operativo: risiede nella capacità di produrre conoscenza utile, di formare nuove generazioni di ricercatori, di dialogare con le grandi reti scientifiche internazionali e di trasformare il Golfo di Napoli in un laboratorio naturale per comprendere il Mediterraneo e, attraverso esso, l’oceano globale.
Quando nel 2027 gli occhi del mondo si poseranno sulle acque del Golfo, Napoli potrà mostrare non solo un campo di regata, ma un mare studiato, monitorato, raccontato e difeso. Potrà affermare che la modernità non consiste soltanto nel far volare le barche sull’acqua, ma nel conoscere ciò che vive sotto quella superficie. E potrà ricordare che il futuro del mare non si decide solo nei grandi eventi, ma nel lavoro quotidiano di chi, come la Stazione Zoologica Anton Dohrn, ascolta i segnali invisibili degli ecosistemi e li traduce in conoscenza, protezione e responsabilità condivisa.
red Da San Leonardo a San Vincenzo, dalla Gaiola a Nisida, le isole visibili e invisibili raccontano la vocazione più profonda della città
Nel 2027 Napoli ospiterà la Louis Vuitton 38th America’s Cup, con il Match previsto dal 10 luglio e un campo di regata destinato a trasformare il Golfo in una grande scena internazionale della vela. Le regate si svolgeranno nello specchio d’acqua tra Castel dell’Ovo e Posillipo, mentre Bagnoli accoglierà le basi operative dei team.
Proprio dove il mare diventerà arena, velocità, tecnologia e spettacolo globale, un tempo sorgeva un’isola. È una coincidenza solo apparente, perché Napoli non ha mai avuto con il mare un rapporto puramente panoramico: lo ha abitato, trasformato, inglobato, dimenticato e poi riscoperto. Il litorale cittadino, oggi percepito come una linea continua tra la città e il Golfo, è in realtà un archivio mobile di approdi, scogli, insenature, isolotti e memorie sommerse. Accanto alle isole ancora riconoscibili – l’isolotto di Megaride, la Gaiola, Nisida, l’isolotto di San Vincenzo ormai assorbito nel porto – ce n’è una che non appare più nelle mappe contemporanee, ma che continua a vivere nella storia urbana di Napoli: l’ Isolotto di San Leonardo.
Fino all’ampliamento della Villa Reale di Chiaia nel 1807, oggi Villa Comunale, proprio all’altezza dell’attuale Rotonda Diaz emergeva dal mare questo piccolo lembo di terra. Oggi quello spazio è parte integrante del lungomare, attraversato da passeggiate, eventi, traffico pedonale, memoria balneare e vita cittadina. Ma per secoli fu un luogo separato, marginale e insieme simbolico, sospeso tra terra e acqua, tra devozione e sopravvivenza.
La tradizione ne fa risalire la storia al 1028, quando Leonardo d’Orio, scampato a una tempesta, avrebbe fatto costruire sull’isolotto una chiesa dedicata a San Leonardo. La scelta del santo non era casuale: San Leonardo era venerato come protettore degli schiavi, dei prigionieri e dei naufraghi. Per questo la chiesa e l’isolotto divennero presto un luogo di rifugio, uno spazio di approdo per chi viveva ai margini: poveri, fuggiaschi, uomini senza casa, anime sospinte dalla città e dal mare.
Alla fine del Quattrocento, secondo le memorie storiche, Giovannella Caetani vi avrebbe trovato riparo per salvare i figli coinvolti nella congiura contro Re Ferrante. Ancora una volta l’isola si confermava luogo di protezione e nascondimento, non semplice accidente geografico ma soglia estrema della città, spazio dove la storia ufficiale e quella segreta potevano incrociarsi. Nel Cinquecento il convento cambiò volto e divenne taverna: la celebre taverna di Florio, ricordata insieme a quelle del Cerriglio e del Crispano come parte della triade delle grandi taverne napoletane sul finire del XVI secolo. Luoghi di passaggio, parola, vino, commercio, incontri e racconti: un’altra forma, popolare e rumorosa, della città marittima.
Dell’ Isolotto di San Leonardo resta traccia nella cartografia antica, nelle vedute di Barra, Baratta, Petrini e in pagine fondamentali come quelle di Benedetto Croce in La Villa di Chiaia. Non è soltanto un dettaglio erudito. È la prova che il paesaggio napoletano, così familiare da sembrare eterno, è invece il risultato di continue metamorfosi. Dove oggi si immagina il cuore scenografico dell’America’s Cup, dove il pubblico guarderà i monoscafi volare sull’acqua, un tempo si alzava una piccola isola votiva, fragile e appartata, legata ai naufraghi e agli esclusi.
Napoli arriva così alla 38ª America’s Cup non solo come città ospitante, ma come luogo che conosce da sempre il linguaggio del mare. Il Golfo non sarà soltanto un campo di regata: sarà una superficie di memoria. Sotto la modernità delle barche foiling, sotto la precisione tecnologica delle vele e delle appendici, sotto il racconto globale dell’innovazione sportiva, riaffiorerà una geografia più antica, fatta di isole inglobate, scogli dimenticati, approdi cancellati e nomi sopravvissuti.
In questo senso San Leonardo dialoga idealmente con San Vincenzo, l’isolotto- lanterna inglobato nel porto; con La Gaiola, isola doppia e misteriosa; con Nisida, che come canta Edoardo Bennato “è un’isola, ma nessuno lo sa”; e soprattutto Megaride, dimora primigenia della Sirena Parthenope. Sono frammenti diversi di una stessa identità: Napoli come città di confine, mai completamente terrestre e mai soltanto marina, sempre posta su una soglia. La Coppa America porterà nel Golfo l’immagine più avanzata della vela contemporanea, ma lo farà in uno scenario che già contiene secoli di navigazioni, paure, salvezze, commerci, leggende e trasformazioni urbane.
Forse è proprio questa la forza simbolica dell’appuntamento del 2027. Nel luogo in cui il mondo guarderà Napoli per la sua capacità di essere moderna, competitiva e internazionale, la città potrà raccontare anche la sua profondità storica. Là dove non si vede più nulla, c’era un’isola. Là dove correranno le barche più sofisticate del pianeta, c’era una chiesa dedicata ai naufraghi. Là dove sorgerà il teatro sportivo della velocità, c’era un rifugio.
E Napoli, ancora una volta, mostrerà che il suo mare non è mai solo sfondo. È memoria, destino, racconto. È ciò che resta anche quando un’isola scompare.
f.b.
Puoi trovare l’articolo sulla rivista dodicimagazine su : https://www.yumpu.com/it/ArchitestoSrl