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Nel centro di me stesso

  10 Ottobre 2026

Il racconto di un arciere speciale: da una freccia scoccata per caso a un viaggio di disciplina, concentrazione e rinascita

di Alessandro Incerto *

Devo ammetterlo: lo sport è sempre stato presente nella mia vita, anche se vi è entrato ogni volta in modo piuttosto stravagante. Accadde così con il bodybuilding, che cominciai per puro caso. Ricordo che trovai cinquantamila lire per terra, in via Scarlatti, proprio davanti alle palestre Fontebasso. Lo interpretai come un segno del destino e decisi di iscrivermi.

Con il tempo, quella curiosità si trasformò in una vera passione, tanto da portarmi a conseguire il diploma presso la Federazione nazionale di bodybuilding. All’epoca le cose si facevano molto seriamente e la formazione era affidata a docenti dell’ISEF.

Questo episodio mi serve per introdurre la disciplina alla quale avrei dedicato una parte ancora più importante della mia vita: il tiro con l’arco. Anche questo sport arrivò quasi per caso.

Mi trovavo in vacanza a Cuba, in un villaggio turistico italiano. Appena arrivati, il direttore riunì soprattutto noi giovani per rivolgerci alcune raccomandazioni sui rischi sanitari e sui comportamenti da tenere durante il soggiorno.

Terminato il discorso, io e il mio amico ci guardammo e domandammo quali attività sportive fosse possibile praticare all’interno del villaggio. Ognuno scelse la propria strada. Io decisi di andare a vedere il campo di tiro con l’arco. In fondo, ero sempre stato affascinato dagli arcieri e dai nativi americani che avevo visto nei film al cinema e in televisione.

Quando arrivai al campo, mi spiegarono sommariamente come impugnare l’arco e come eseguire il tiro. Presi posizione e provai a scoccare la mia prima freccia. Meno male che dietro il bersaglio non passavano persone o animali, perché quella freccia fece tutto fuorché andare nella direzione giusta.

A questo punto penserete: “Alessandro avrà posato l’arco e sarà andato al bar a bere qualcosa”.

E invece no. Da Ariete doc, presi quel fallimento come una sfida.

Scoccai una freccia, poi una seconda, poi una terza. Continuai finché, finalmente, cominciai a colpire il paglione, cioè la struttura di paglia intrecciata ad alta densità sulla quale viene sistemato il bersaglio.

Non so ancora per quale miracolo, ma prima di lasciare quel villaggio riuscii perfino a fare centro.

Sì, proprio centro. Non potete immaginare l’ondata di autostima che mi attraversò in quel momento. Fu una sensazione bellissima, perché sentivo di essermelo guadagnato. Quel centro non era arrivato subito: era il risultato della mia ostinazione, dei tentativi sbagliati e della decisione di non arrendermi.

Così, una volta tornato in Italia, cercai un centro sportivo nel quale si praticasse il tiro con l’arco.

Al mio arrivo scoprii, con enorme stupore, che esistevano diversi tipi di arco. A Cuba avevo utilizzato un modello semplicissimo e piuttosto malandato. Lì, invece, mi trovai davanti alla massima espressione della tecnologia applicata a questo sport. Vidi splendidi archi ricurvi, dotati di stabilizzatori e mirini sofisticati. Gli arcieri tiravano da distanze differenti, arrivando addirittura a novanta metri.

Mentre li osservavo, però, la mia attenzione fu catturata da un arco completamente diverso dagli altri. Aveva un riser, cioè il corpo centrale, realizzato in alluminio alleggerito, due camme alle estremità e flettenti in carbonio. Ricordo ancora il suono secco prodotto al momento dello scocco. La freccia lasciava l’arco con una potenza impressionante e percorreva la propria traiettoria in modo molto più teso rispetto a quella degli archi ricurvi. La corda non veniva trattenuta direttamente con le dita, ma attraverso un dispositivo chiamato “sgancio”, progettato per garantire precisione e controllo.

Quell’arco meraviglioso si chiamava compound. Per me fu amore a prima vista.

Tutta quella tecnologia, però, non poteva essere utilizzata senza un’adeguata preparazione. Ogni componente doveva essere regolato affinché l’arciere potesse eseguire il gesto nel modo più preciso possibile. Un arco compound è uno strumento dalla precisione millimetrica, ed era proprio questo ad affascinarmi. Decisi quindi di iniziare seriamente la mia formazione.

La preparazione nel tiro con l’arco ha qualcosa di straordinario. Per certi aspetti, è una preparazione alla vita stessa. Prima di raggiungere un livello soddisfacente, bisogna attraversare molti fallimenti. La differenza la fa la determinazione con cui si continua a inseguire il proprio obiettivo.

L’attrezzatura deve essere regolata secondo le leggi della fisica, tenendo conto delle caratteristiche e della forza dell’arciere. Sono necessarie innumerevoli prove tecniche e fisiche. Nel frattempo, il corpo impara e assimila il movimento.

Il tiro è composto da una lunga sequenza di gesti e punti di contatto. Più riesci a memorizzarli e a ripeterli con precisione, più l’esecuzione diventa pulita. Alla fine, però, non devi più pensarci. Il gesto deve diventare naturale.

Quando arrivi a quel livello e azioni lo sgancio, entri in una condizione quasi simile alla trance. Raggiungi uno stato di concentrazione assoluta, nel quale tutto ciò che ti circonda sembra scomparire.

Avviene una piccola magia. Dentro di te cala il silenzio. In una frazione di secondo devi posizionare il punto di mira, piccolo come la testa di uno spillo, esattamente al centro del bersaglio. Devi fermare il respiro, controllare ogni oscillazione ed evitare perfino il più impercettibile movimento.

Poi devi scoccare. Tutto avviene con una delicatezza estrema, nonostante la potenza sprigionata dall’arco.

Vorrei soffermarmi proprio su quell’istante.

Ho sempre paragonato lo scocco all’otturatore di una macchina fotografica. Quando hai premuto, ciò che è fatto è fatto. La fotografia è stata scattata e la freccia è partita. Dopo puoi soltanto andare a controllare il risultato sul paglione.

Sarebbe bello, però, se dipendesse tutto esclusivamente dall’arciere. In realtà, sono moltissime le componenti che concorrono alla riuscita del tiro. C’è il vento. Ci sono le alette applicate alla freccia, che nelle gare all’aperto è spesso realizzata in carbonio. C’è la regolazione dell’arco. C’è la qualità dell’esecuzione.

Se poteste osservare una freccia nel momento in cui riceve la spinta della corda, vi accorgereste che il suo movimento iniziale è tutt’altro che semplice. La freccia assorbe una grande quantità di energia e deve stabilizzarsi rapidamente per proseguire lungo la traiettoria desiderata.

Se l’arco non è regolato correttamente, se la freccia non possiede le caratteristiche adatte, se le alette non sono state applicate bene o se l’esecuzione è imperfetta, allora potreste davvero essere costretti a rivolgervi alla redazione di Chi l’ha visto?

La freccia, infatti, rischiate di perderla sul serio.

Quando viene scoccata da un compound molto potente, viaggia a una velocità tale che l’occhio umano fatica a seguirne il percorso. Per un istante la vedete sull’arco e, subito dopo, è già conficcata nel bersaglio. O da qualche altra parte, se qualcosa è andato storto.

Vi ho raccontato soltanto una piccola parte dell’emozione che si prova quando si riesce a fare centro con un’attrezzatura simile.

C’è la fermezza. C’è la fiducia in se stessi, dalla quale dipende gran parte del risultato. C’è la capacità di isolarsi da tutto ciò che accade intorno. E poi c’è la simbiosi con l’arco, che a un certo punto sembra quasi diventare un prolungamento del corpo e della mente.

Non è un caso che sia stato scritto un libro intitolato Lo Zen e il tiro con l’arco, che consiglio a tutti di leggere. Tirare con l’arco non significa soltanto praticare uno sport. È una filosofia. È una disciplina. È un modo per conoscere se stessi.

In realtà, ogni sport, quando viene praticato seriamente, possiede una straordinaria capacità formativa. Per questo consiglio a tutti di sceglierne uno e di viverlo con impegno, non soltanto come passatempo.

Personalmente, in ogni disciplina che ho praticato ho sempre cercato di approfondire le mie conoscenze fino a conseguire il diploma da istruttore. Non l’ho fatto necessariamente per insegnare, ma per il desiderio di imparare, di capire e di migliorarmi continuamente.

Lo sport, poi, è fondamentale anche per la crescita dei ragazzi, non soltanto dal punto di vista fisico, ma soprattutto da quello interiore.

Lo sport insegna la disciplina. Insegna ad accettare le sconfitte e a trasformarle nelle fondamenta delle vittorie future. Motiva, forgia il carattere e aiuta a costruire un corpo sano e una mente più forte.

E sappiate che, scegliendo il tiro con l’arco, non inizierete soltanto a scoccare frecce verso un bersaglio. Inizierete un viaggio meraviglioso dentro voi stessi. Perché il centro più difficile da raggiungere, ma anche il più importante, non si trova sul paglione.

Si trova dentro di noi.

(*) attore, voice coach e istruttore di Tiro con l'Arco

Puoi trovare l’articolo sulla rivista dodicimagazine su : https://www.yumpu.com/it/ArchitestoSrl

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