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A TONI SERVILLO IL PREMIO FARAGLIONI CAPRI

  02 Settembre 2026

Toni Servillo protagonista assoluto a Capri in occasione della 31ª edizione del Premio Faraglioni Capri International 2026, una serata che ha trasformato la suggestiva Certosa di San Giacomo in un luogo d’incontro tra cinema, teatro, musica, memoria e riflessione sul futuro dello spettacolo italiano. Uno degli interpreti più autorevoli della scena culturale contemporanea ha ricevuto il prestigioso riconoscimento davanti a un pubblico numeroso, ripercorrendo alcuni dei momenti più significativi della propria carriera e offrendo una testimonianza intensa sul mestiere dell’attore, sul rapporto con i registi, sulla formazione dei giovani e sul significato autentico del successo.

La cornice del Chiostro Grande della Certosa di San Giacomo ha contribuito a rendere ancora più particolare un appuntamento che negli anni è diventato uno dei momenti culturali più riconoscibili dell’estate caprese. Il Premio Faraglioni Capri International, ideato, prodotto e organizzato da Capri Arte dei fratelli Aldo Damino e Bruno Damino, con il patrocinio morale e la collaborazione istituzionale della Città di Capri, ha confermato anche nell’edizione 2026 la propria vocazione a unire spettacolo, cultura e promozione del territorio.

Prima dell’ingresso di Toni Servillo, la serata ha riservato spazio alla memoria di Mario Morgano, storico albergatore caprese e patron del Grand Hotel Quisisana, scomparso nel 2012, e a un omaggio a Peppino di Capri, artista che attraverso le sue canzoni ha contribuito in maniera decisiva a legare l’immaginario musicale italiano al fascino dell’isola.

L’arrivo di Servillo è stato introdotto da un video dedicato alle tappe principali della sua carriera, ma il primo autentico incontro con il pubblico è avvenuto attraverso quello che da sempre rappresenta il cuore del suo lavoro: la parola teatrale. L’attore ha proposto una performance dedicata a tre figure fondamentali della cultura napoletana, Salvatore Di Giacomo, Eduardo De Filippo e Raffaele Viviani, trasformando il palcoscenico caprese in un viaggio attraverso poesia, teatro e identità partenopea.

Parlando di Salvatore Di Giacomo, Toni Servillo ne ha ricordato la straordinaria statura poetica, collocandolo tra i grandi autori non soltanto della letteratura napoletana ma dell’intera poesia italiana. Tra i testi proposti anche Lassamme fa a Dio, conosciuto come ’A mappata, in un momento nel quale la tradizione letteraria napoletana ha incontrato la sensibilità interpretativa di uno degli attori italiani più apprezzati della sua generazione.

Grande spazio anche alla musica. Sul palco è salita Simona Molinari, mentre tra i momenti accolti con maggiore calore dal pubblico c’è stata l’esibizione delle Ebbanesis, duo napoletano formato da Serena Pisa e Viviana Cangiano. Proprio parlando delle due artiste, Servillo ha evocato la suggestione di ascoltare un capolavoro come Così fan tutte di Wolfgang Amadeus Mozart attraverso chitarra, mandolino e due voci, in uno scenario come Capri, nel quale il mare, il vento e il gioco teatrale degli amanti sembrano dialogare naturalmente con l’universo mozartiano.

Le Ebbanesis hanno ricordato a loro volta il rapporto personale e professionale costruito con Servillo, rievocando alcuni momenti condivisi dietro le quinte durante le riprese del film di Mario Martone dedicato a Eduardo Scarpetta e all’infanzia dei fratelli De Filippo.

Il momento centrale del Premio Faraglioni Capri International 2026 è stato però il lungo dialogo tra Toni Servillo ed Eleonora Daniele, giornalista e conduttrice Rai. Una conversazione che ha attraversato liberamente cinema e teatro, mettendo al centro non soltanto i grandi titoli e i grandi personaggi della carriera dell’attore, ma soprattutto il modo in cui un interprete costruisce il proprio lavoro e stabilisce una relazione con il pubblico.

Per Servillo, il teatro conserva una qualità irripetibile: attore e spettatore vivono nello stesso momento e condividono lo stesso tempo. Ogni rappresentazione nasce e muore nell’istante stesso in cui viene vissuta. È proprio questa dimensione a rendere il teatro profondamente diverso dal cinema, dove il pubblico osserva invece un’opera già realizzata e definita.

Nel cinema, ha spiegato l’attore, l’opera appartiene soprattutto alla visione del regista, che la immagina prima delle riprese e continua a costruirla successivamente attraverso montaggio ed edizione. L’attore può illuminare una parte del film con il proprio talento e la propria umanità, così come possono contribuire in maniera decisiva il compositore delle musiche o il direttore della fotografia, ma l’identità complessiva dell’opera rimane strettamente legata allo sguardo del regista. A teatro, al contrario, è l’attore a consegnare direttamente l’opera allo spettatore.

Il racconto di Toni Servillo a Capri ha quindi attraversato alcune delle collaborazioni che hanno segnato non soltanto la sua carriera personale, ma anche una fase fondamentale del rinnovamento del cinema italiano. L’attore ha ricordato la nascita di Teatro Uniti, la compagnia fondata insieme a Mario Martone e Antonio Neiwiller, nata da un’esperienza di indipendenza artistica, condivisione delle idee e libertà rispetto alle logiche più rigide del mercato.

È all’interno di questa esperienza culturale e umana che si sono consolidate alcune delle relazioni professionali destinate ad accompagnare Servillo nel suo percorso. Da Morte di un matematico napoletano di Mario Martone a L’uomo in più di Paolo Sorrentino, fino a Gomorra di Matteo Garrone, emerge il racconto di una stagione del cinema italiano costruita grazie a registi, attori e artisti capaci di condividere esperienze, sensibilità e visioni comuni.

Uno dei temi più affascinanti affrontati durante il Premio Faraglioni è stato quello della costruzione del personaggio. Secondo Servillo, non può esistere una formula unica da applicare a ogni interpretazione. Alcuni ruoli chiedono all’attore soprattutto immaginazione, mentre altri permettono di lavorare su una documentazione molto più vasta.

È quanto accaduto affrontando personaggi realmente esistiti come Giulio Andreotti, interpretato ne Il Divo, o Silvio Berlusconi in Loro. In questi casi la difficoltà consiste nel confrontarsi non soltanto con la persona realmente esistita, ma anche con l’immagine pubblica che spettatori e opinione pubblica hanno già costruito nel corso del tempo.

Nel raccontare la preparazione per il ruolo di Giulio Andreotti, Servillo ha ricordato anche la lettura di un articolo di Giorgio Manganelli dedicato a un congresso della Democrazia Cristiana. Una particolare descrizione dell’atmosfera contenuta nel testo dello scrittore contribuì ad accendere nell’attore una delle intuizioni necessarie per definire il personaggio.

Il metodo di Toni Servillo emerge così come un lavoro fatto di studio, ricerca, osservazione e rinunce. L’attore prende le distanze dall’idea romantica dell’interprete che continua a vivere come il proprio personaggio anche fuori dal set, ma riconosce come durante la preparazione sia inevitabile trascorrere molto tempo in compagnia della figura che si dovrà portare sullo schermo o sul palcoscenico.

Un procedimento diverso ha accompagnato la creazione di Mariano De Santis, presidente della Repubblica immaginario nato dalla collaborazione con Paolo Sorrentino. In questo caso il personaggio è stato costruito combinando elementi provenienti dalle biografie di diversi presidenti italiani: uomini rimasti vedovi, figure con una sola figlia, giuristi e personalità caratterizzate da un forte rapporto con il diritto. Frammenti di realtà utilizzati per dare credibilità e profondità a una figura completamente immaginaria.

Tra i momenti più significativi dell’incontro di Capri c’è stato quello dedicato alle nuove generazioni. Davanti a tanti giovani presenti alla Certosa di San Giacomo, Servillo ha riflettuto sulle maggiori difficoltà che oggi incontra chi desidera avvicinarsi professionalmente al teatro e allo spettacolo. Le opportunità, secondo l’attore, sono diminuite rispetto agli anni nei quali lui stesso cominciava a costruire il proprio percorso.

Il messaggio rivolto ai giovani è stato però lontano dalla semplice ricerca del successo. Chi sogna di diventare attore, secondo Toni Servillo, non dovrebbe partire dall’idea di “mettersi sul mercato” o lasciare che siano esclusivamente gli altri a determinarne il valore. L’invito è invece quello di studiare, incontrarsi, costruire relazioni con i propri coetanei, creare gruppi e condividere esperienze artistiche.

Il concetto centrale è semplice e allo stesso tempo decisivo: quello dell’attore non è un mestiere che si può fare da soli. Dietro la crescita di un interprete ci sono molte persone, spesso lontane dalla visibilità pubblica, che contribuiscono alla sua formazione e alla sua maturazione artistica.

L’esperienza di Teatro Uniti diventa così un modello concreto di questa idea. Una compagnia nata tra coetanei nella quale ciascuno ha potuto conoscere meglio i propri limiti confrontandosi con le capacità degli altri e trasformando amicizia, collaborazione e condivisione in strumenti di crescita.

Per Servillo, uno degli insegnamenti più importanti del teatro consiste proprio nell’avvicinarsi all’arte per passione, senza trasformarla immediatamente in un mestiere e senza misurarne il valore soltanto attraverso il mercato. Il lavoro può nascere gradualmente dalla passione, permettendo all’artista di conservare autenticità e onestà e di non ridurre il proprio percorso a una semplice ricerca di riconoscimento economico o mediatico.

Anche il successo assume quindi una prospettiva differente. Nel racconto dell’attore diventano centrali parole come senso, necessità, verità e autenticità, molto più importanti della notorietà fine a se stessa.

A condensare questa riflessione è arrivato anche il ricordo del grande attore e insegnante francese Louis Jouvet. Servillo ha raccontato l’episodio di un giovane studente al quale Jouvet, poco prima di un saggio, domandò se avesse paura. Di fronte alla risposta negativa, il maestro spiegò che la paura sarebbe arrivata insieme al talento. Una piccola storia che restituisce la complessità del mestiere dell’attore, fatto anche di responsabilità, fragilità, consapevolezza e continua esposizione al giudizio del pubblico.

Il valore culturale del Premio Faraglioni Capri International 2026 è stato sottolineato anche dal sindaco di Capri Paolo Falco, che ha richiamato proprio il carattere irripetibile del teatro e quella condivisione del tempo tra interprete e spettatore che aveva rappresentato uno dei passaggi più importanti della conversazione di Toni Servillo.

Sono intervenuti inoltre Ciro Cannelonga per Polis Consulting e Massimiliano Scala, direttore marketing di Kimbo, ribadendo il sostegno a una manifestazione che negli anni ha saputo consolidare il proprio ruolo e valorizzare contemporaneamente Capri, la cultura napoletana e le diverse generazioni che si riconoscono nel patrimonio artistico italiano.

Il momento conclusivo della serata è stato naturalmente quello della consegna del Premio Faraglioni Capri International 2026 a Toni Servillo. Il riconoscimento è rappresentato dalla tradizionale scultura in argento raffigurante i Faraglioni di Capri, realizzata fin dalla prima edizione dai Maestri Argentieri di Pierino Gioielli di Anacapri.

Un premio che celebra così uno dei volti più rappresentativi del cinema e del teatro italiano, capace di attraversare linguaggi e generazioni e di dare corpo, attraverso personaggi profondamente differenti, alle contraddizioni, alle trasformazioni e all’identità del Paese. La serata di Capri ha mostrato però soprattutto un altro volto di Toni Servillo: quello dell’artista che continua a interrogarsi sul senso del proprio mestiere e che, dopo una carriera costruita tra teatro d’autore e grande cinema, individua ancora nella condivisione, nello studio e nella passione le fondamenta essenziali dell’arte.

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