La terrazza sul Golfo
23 Luglio 2026
Giovanni Torre Avallone e il Parker’s: il lusso che racconta Napoli
di Simona Buonaura
La città di Napoli è in fermento per i grandi appuntamenti che l’attendono, in particolare l’America’s Cup 2027, che attirerà importanti flussi di visitatori ed eventi internazionali. Anche il Grand Hotel Parker’s si prepara alla sfida con una strategia chiara per valorizzare questa prestigiosa vetrina mondiale.
Per scoprire i dettagli e avere qualche notizia in anteprima, abbiamo incontrato il Maitre de Maison e Chief Experience Officer del Grand Hotel Parker's di Napoli Giovanni Torre Avallone, che insieme alla sorella Francesca rappresenta la quarta generazione della famiglia alla guida dello storico cinque stelle lusso.
L'aspetto più affascinante della conversazione è emerso nel dualismo che definisce la filosofia del Gruppo: un equilibrio perfetto tra strategia di mercato e memoria profonda. Se da un lato, infatti, lo sguardo è rivolto al futuro e alle dinamiche competitive internazionali, dall'altro resta vivo quel legame sentimentale e storico che anima l’impresa da quattro generazioni.
Voi rappresentate la quarta generazione della famiglia Avallone alla guida del Parker’s. Come riuscite a distinguervi in un mercato turistico oggi dominato dai grandi gruppi internazionali?
Il punto di partenza fondamentale è il lavoro sul target personas. Spesso nel nostro settore si commette l’errore di sottovalutare questa analisi, pensando che esista un unico modello di cliente per tutte le realtà. Invece, c'è un cliente per l'Airbnb e uno per il 5 stelle lusso. Se oggi un ospite sceglie un albergo indipendente rispetto a uno di catena, lo fa per caratteristiche ben specifiche. I grandi gruppi hanno una forza enorme nella scala, nella capacità di muoversi su una visione globale, ma gli hotel di famiglia portano avanti un progetto che va oltre il singolo ciclo economico di un brand. Noi portiamo avanti un sogno imprenditoriale fatto di continuità, valori e memoria, che nel tempo si trasforma ed evolve senza mai perdere la bussola. I due modelli non sono necessariamente in contrapposizione, ma sono complementari. Faccio un esempio personale: quando vado negli Stati Uniti per lavoro, spesso scelgo un hotel di catena perché, girando ogni sera una città diversa, cerco quella standardizzazione che mi dà sicurezza: un letto comodo e una doccia. Ma quel lusso, per quanto alto, è "comune" e poco autentico. Gli alberghi indipendenti offrono invece quell'unicità e quel senso di "casa fuori casa" che nasce da un’identità non replicabile.
Napoli si appresta a ospitare l’America’s Cup. Come vi state preparando a questo evento e che tipo di visitatore vi aspettate?
Il nostro target personas rimarrà coerente con quello che ci cerca ogni anno. Abbiamo la fortuna di lavorare con un tasso di repeated guests molto forte e di far parte del network di Relais & Châteaux. Questa appartenenza ci permette di collaborare attivamente con altre eccellenze della costiera amalfitana e sorrentina, come il San Pietro di Positano, Borgo Sant'Andrea o il Bellevue Sirene. Oggi la nostra regione vive un momento straordinario. In passato Napoli era considerata una "airport hotel destination", dove si dormiva una notte solo per necessità prima di scappare verso la Costiera. Oggi questa visione è cambiata radicalmente. Anche realtà come Procida stanno evolvendo, attirando un target che non cerca più il "mordi e fuggi" di una notte. Per quanto riguarda l'America's Cup, la pressione sulle prenotazioni è già tangibile. Se ipotizziamo un volume di richieste pari a "100", posso dire che oggi il 60% è mosso direttamente dall'evento, mentre il 40% è rappresentato dalla clientela che ci sceglie abitualmente per le vacanze. Sulla logistica, per quanto ne sappiamo ("relata refero"), Bagnoli sarà la base tecnica, ma il campo di gara passerà davanti a Posillipo e Castel dell'Ovo. In questa prospettiva la nostra terrazza potrebbe diventare un hub naturale per sponsor e appassionati che vogliono godersi lo spettacolo in prima persona. Ma mancando un anno potrebbero cambiare alcune dinamiche, quindi valuteremo con calma. Napoli sta dimostrando di poter tornare a essere quella capitale europea che era ai tempi del Grand Tour, e l'America's Cup consoliderà questo posizionamento globale.
Lei viaggia molto per promuovere la struttura, specialmente negli Stati Uniti. È un impegno strettamente legato al Parker’s?
È un impegno del Parker’s, ma lo affronto come un ambasciatore dell’ospitalità napoletana in generale. Non mi vergogno a dire che promuovo la città intera: se un agente americano mi dice che un cliente non ha il budget per venire da me, suggerisco subito strutture di colleghi come il Royal Continental, il San Francesco al Monte o il Mediterraneo della famiglia Naldi. Cerco di fare squadra, perché il napoletano ha finalmente capito che il turismo porta business se gestito bene. Il fatto che il Parker’s sia arrivato in finale ai DUCO Award a Milano — gareggiando con colossi come Four Seasons Firenze, Borgo Egnazia e Rocco Forte — è un premio per tutta la città. Non abbiamo vinto noi, ha vinto Napoli.
Come si concilia la gestione moderna con la tradizione di una famiglia storica?
Un albergo di famiglia è il sogno di qualcuno che ha dedicato la vita alla dimora, spesso sottraendo tempo ai propri cari. Mio nonno lavorava instancabilmente perché il Parker’s e Napoli tornassero a essere amati. Oggi noi portiamo avanti questo progetto con lo stesso spirito, anche attraverso l'azienda vinicola di famiglia, dove mia cugina enologa recupera la tradizione del Falerno del Massico, il vino bevuto da Cesare Augusto. A differenza dei grandi brand globali — come Rolex o i giganti dell'hôtellerie — dove spesso non si sa chi ci sia dietro, noi mettiamo la nostra storia e le nostre emozioni. C'è un motivo profondo che mi spinge a svegliarmi ogni mattina: porto avanti questo hotel in memoria di mio cugino, scomparso a soli 23 anni. Gli feci una promessa quando io ne avevo 15 e lui 12: rendere il Parker’s un’eccellenza mondiale sulla città di Napoli. Mia cugina Maria Cristina, invece, si dedica alla produzione di uno spumante metodo classico d’eccellenza, apponendo una stella sull'etichetta proprio per ricordare lui. Esistono molte realtà che mettono prodotti sugli scaffali senz'anima, rispondendo solo a una generica richiesta di mercato — come chi chiede un 'prosecchino' senza sapere che il prosecco appartiene a un territorio specifico e che noi, in Campania, produciamo spumante. Lavorare con un perché profondo cambia invece tutto il percorso di evoluzione; ti dà una ragione autentica per svegliarti la mattina. Dare un’anima alle cose permette di raggiungere grandi risultati restando ancorati alla realtà e ai sentimenti, un valore che spesso si rischia di perdere a certi livelli. È questo legame che trasforma un semplice prodotto in una storia di vita.
Puoi trovare l’articolo sulla rivista dodicimagazine su : https://www.yumpu.com/it/ArchitestoSrl