Circolo ILVA Bagnoli: la memoria del lavoro che prende il largo verso il futuro
04 Luglio 2026
Nel cuore dell’area che accoglierà i team, l’ex CRAL Ilva/ Italsider custodisce la storia operaia di Bagnoli e rilancia una missione civile: fare degli sport di mare uno strumento di inclusione, formazione e rigenerazione urbana
di Francesco Bellofatto
Nel 2027 la Louis Vuitton 38th America’s Cup, proietterà il mare di Bagnoli al centro dell’attenzione mondiale. Non sarà soltanto una grande competizione velica. Sarà anche una prova di futuro per un territorio che da decenni attende di trasformare la memoria industriale in una nuova idea di città, fondata su ambiente, sport, cultura, formazione e inclusione.
In questo scenario, il Circolo ILVA Bagnoli occupa una posizione fisica e simbolica decisiva. Confina con l’area destinata alla base dei team della Coppa America, ma soprattutto rappresenta una delle continuità più profonde tra la storia del lavoro a Napoli e la rigenerazione possibile dell’ex acciaieria. Là dove un tempo si producevano ghisa e acciaio, oggi si producono relazioni, educazione sportiva, accoglienza, memoria civile. È, come recita una delle sue definizioni più efficaci, “l’ultimo reparto Italsider ancora in produzione”: non più produzione industriale, ma sport, inclusione e coesione sociale.
La storia del Circolo affonda le radici nel Novecento industriale di Bagnoli. Nel 1909, in occasione della prima colata dell’Altoforno n. 1, nasce la Società di Mutuo Soccorso pro Bagnoli; nel 1927, con l’impegno di alcuni dipendenti Ilva e di soci fondatori tra cui il conte Roberto Gaetani d’Aragona, pioniere del canottaggio campano e nazionale, si costituisce il Circolo Canottieri Ilva. Nel 1930 la sede viene trasferita in via Coroglio 90, in capannoni realizzati e attrezzati anche per le attività remiere. Da allora, il Circolo ha attraversato fascismo, dopolavoro aziendale, ENAL, CRAL, Italsider, dismissione industriale, smantellamento e bonifica, restando ancorato a una funzione pubblica che ha saputo mutare senza tradire la propria origine.
Per molto tempo le attività sociali furono riservate a dirigenti e impiegati. Solo nel 1965, con la stagione dei movimenti operai e dei “caschi gialli”, il Circolo si aprì a tutti i dipendenti, compresi operai e famiglie. Fu allora che nacque una comunità più larga, popolare e intergenerazionale, capace di fare dello sport non un privilegio ma una pratica collettiva. Poi arrivarono gli anni più duri: lo spegnimento dell’area a caldo nel 1990, la chiusura del treno di laminazione nel 1991, la fine dell’industrializzazione a Bagnoli, il rischio concreto di perdere anche il Circolo.
Nel 1997, quando fu decisa la chiusura del Circolo aziendale Italsider, furono i soci, in gran parte pensionati Ilva, insieme alle organizzazioni sindacali e a personalità istituzionali, a opporsi alla scomparsa di quel presidio. Nello stesso anno nacque il Circolo Ilva Bagnoli Associazione no profit. Dopo i primi difficili passaggi, un ruolo decisivo fu svolto da Guglielmo Santoro, past president, che nel ’99 trovò una situazione economica gravissima e riuscì, con tenacia e senso di squadra, a salvare il Circolo in uno dei momenti più delicati della sua storia. La sua vicenda appartiene pienamente alla memoria morale del luogo: quella di chi non ha considerato il Circolo un semplice impianto sportivo, ma un bene comune da consegnare al futuro.
Dopo un decennio di presidenza di Vittorio Attanasio e di ulteriore sviluppo delle attività sociali, oggi questa eredità è raccolta dal presidente Giovanni Capasso, ingegnere, ultimo assunto dal centro siderurgico flegreo nel 1986, testimone diretto della parabola che dalla Nuova Italsider porta alla chiusura della fabbrica, alla dismissione, alle promesse incompiute e infine alla nuova stagione di rilancio dell’area. Per Capasso, il Circolo deve continuare a custodire la memoria della fabbrica, ma senza restarne prigioniero. “Il futuro di Bagnoli – spiega – non può essere costruito cancellando ciò che è stato: deve invece trasformare quella storia in una nuova grammatica urbana, sociale e ambientale”.
È in questa prospettiva che il Circolo guarda alla Coppa America non come a un evento isolato, ma come a un’occasione di senso. L’America’s Cup porterà a Napoli tecnologia, competizione, immagine internazionale, turismo, investimenti e attenzione mediatica. Ma la sfida più importante sarà ciò che resterà dopo. Bagnoli dovrà ospitare il grande parco urbano dell’ex acciaieria, una sorta di Green Park di Napoli Ovest, capace di integrare funzioni ambientali, sportive, culturali e formative: il CUS Napoli, l’adiacente Parco dello Sport, l’ Auditorium, la riconversione dell’ex base Nato di Parco San Laise, i poli formativi del Politecnico e del Polo Universitario di Monte Sant’Angelo. In questo disegno, il Circolo può essere una cerniera naturale tra mare, memoria industriale e cittadinanza attiva.
Il progetto più ambizioso è la realizzazione di un Polo per gli Sport del Mare a Bagnoli, dedicato in particolare alle persone con disabilità. Non un semplice ampliamento di attività già esistenti, ma un’infrastruttura sociale capace di rendere accessibili vela, canottaggio, canoa-kayak e discipline del mare a bambini, ragazzi, adulti, famiglie e atleti con fragilità fisiche, intellettive o relazionali. Perché ciò avvenga, tuttavia, il Circolo deve poter definire con chiarezza la propria titolarità dei luoghi e programmare gli investimenti necessari alla riconversione delle aree a terra.
La recente adesione alla FIV rappresenta un passaggio significativo. Accanto al canottaggio e alla canoa, la vela diventa una nuova direttrice di sviluppo, rafforzata anche dal valore simbolico del lanzino donato al Circolo Ilva da un vecchio cultore e restaurato con la collaborazione del Circolo Canottieri Savoia. Quella piccola imbarcazione richiama un’antica tradizione velica napoletana e può diventare, durante l’America’s Cup, un segno identitario della marineria partenopea: non la vela spettacolare dei grandi team internazionali, ma la vela delle radici, delle scuole nautiche, dei ragazzi che imparano il vento, l’equilibrio, la responsabilità.
Come sottolinea Osvaldo Cammarota, “il passaggio fondamentale sarà la realizzazione di uno scivolo a mare, seguendo la traccia di una precedente infrastruttura industriale, con una piccola gru per l’alaggio delle barche e per consentire anche ai ragazzi con disabilità di salire a bordo in sicurezza”. È un dettaglio tecnico solo in apparenza: in realtà è la condizione concreta perché l’inclusione non resti una parola. Senza accessibilità fisica, il diritto allo sport rimane incompiuto. Con uno scivolo, una gru, attrezzature adeguate e personale formato, il mare può diventare davvero uno spazio aperto.
Il Circolo dispone già di una base sociale e sportiva rilevante. Conta oltre duemila soci, migliaia di ore annue di attività, circa diciottomila metri quadrati di superfici attrezzate, un bilancio in equilibrio e una forte componente volontaria. È iscritto al CONI e al Registro Nazionale delle Attività Sportive Dilettantistiche, è affiliato a federazioni e organismi come FIC, FICK, FISDIR, FIJLKAM; FITP; FGCI; CIP, Special Olympics Italia, per l’esercizio agonistico e amatoriale anche del tennis, arti marziali, sport rotellistici e discipline ricreative. Ma la sua forza non sta solo nei numeri. Sta nel fatto che non ha barriere architettoniche né barriere sociali, e mantiene quote di iscrizione più basse rispetto a molti circoli nautici, così da consentire l’accesso anche a famiglie meno abbienti.
A coordinare molte delle attività sportive è Mimmo Perna, insegnante di sostegno, istruttore di canottaggio e direttore provinciale di Special Olympics. La sua esperienza gli consente di leggere lo sport come una forma di relazione educativa. “È importante coniugare le attività sportive, soprattutto quelle legate al mare, con l’inclusione e l’accoglienza dei ragazzi con disabilità”, osserva. In questa direzione va anche l’abbinamento tra la Coppa Nisida, evento nazionale di canottaggio che si svolge ogni febbraio, e Special Olympics: una scelta che unisce agonismo, partecipazione, visibilità e riconoscimento.
Per Perna, dietro ogni ragazzo fragile c’è quasi sempre una famiglia che fatica, spesso lasciata sola di fronte a bisogni complessi. “Non sempre – aggiunge – la scuola dispone di strutture adeguate o di insegnanti formati ed empatici. Lo sport, invece, può arrivare dove altri contesti non riescono: attraverso il corpo, la motricità, il ritmo, l’acqua, la fiducia nell’istruttore, la presenza del gruppo. Un allenatore può stabilire un contatto diverso, meno frontale e più immediato, aiutando il ragazzo a misurarsi con il limite, a superare la paura, a riconoscersi capace. In questo senso il mare non è solo scenario, ma strumento pedagogico”.
Il progetto del Circolo non riguarda soltanto l’inclusione sportiva. Riguarda anche la costruzione di competenze. Le attività previste possono generare opportunità formative per giovani che intendano progettare il proprio futuro professionale nello sport del mare: preparatori atletici, tecnici di supporto, manutentori di attrezzature, addetti alla comunicazione, assistenti, operatori dell’accoglienza, figure amministrative e organizzative. È un modello di learning by doing che intreccia esperienza diretta, formazione e lavoro, e che può contribuire a creare una filiera locale legata alla nautica sociale, allo sport, al turismo e alla cura delle persone.
Accanto allo sport, resta centrale la dimensione della memoria. Il Circolo conserva edifici e tracce materiali di grande valore: l’ex vetreria Damiano-Bournique, l’edificio dell’ex Archivio, il capannone canottaggio degli anni Trenta con travi in acciaio Ilva, la Vetrina di Archeologia Industriale, il piccolo Museo Ilva dedicato a “ ’O Cantiere ”, ai caschi gialli, alla Madonna Ilvana, agli utensili di lavoro, alle strumentazioni, ai telefoni, alla cartellonistica di sicurezza. Sono frammenti di una storia operaia che non può essere ridotta a nostalgia. In un’area destinata a diventare grande parco urbano, questi segni possono costituire la prima pietra di un museo diffuso dell’ex area industriale.
Anche per questo la presenza di figure come Antonio Fournier, direttore del Circolo, assume rilievo organizzativo e culturale. Governare una realtà così complessa significa tenere insieme manutenzione quotidiana, attività sportive, rapporti con le federazioni, attenzione ai soci, progettazione sociale, interlocuzione con enti e istituzioni. Il Circolo non vive di retorica: vive di lavoro ordinario, di gestione, di cura degli spazi, di volontariato, di professionalità. È proprio questa concretezza a renderlo credibile come soggetto attivo nella trasformazione di Bagnoli.
La ricerca dell’ Università Parthenope di Napoli sull’impatto sociale delle attività sportive ha evidenziato il valore prodotto dal Circolo sul territorio, sulla salute e sulle determinanti della comunità locale. Questo dato conferma ciò che l’esperienza quotidiana rende evidente: lo sport, quando è accessibile e radicato, non è un’attività laterale, ma una politica pubblica di prossimità. Riduce isolamento, favorisce benessere, costruisce reti tra famiglie, scuole, associazioni, istituzioni, federazioni, quartieri.
Per questo la richiesta del Circolo è semplice e insieme ambiziosa: collaborare con le istituzioni di governo, con il Comune, con le federazioni, con il mondo associativo e con le energie imprenditoriali che condividono gli obiettivi del progetto. Il fabbisogno finanziario per realizzare scivolo, sistemazioni a mare, imbarcazioni, attrezzature e risorse professionali supera le disponibilità ordinarie delle organizzazioni promotrici. Ma l’America’s Cup offre una finestra irripetibile per lasciare infrastrutture utili, non effimere; per fare in modo che l’evento internazionale non attraversi Bagnoli come una parentesi, ma apra una stagione nuova.
Il Circolo ILVA Bagnoli è dunque molto più di un vicino della Coppa America. È un presidio di continuità storica, un laboratorio di inclusione, un ponte tra fabbrica e mare, tra memoria operaia e cittadinanza sportiva. Mentre Napoli si prepara ad accogliere le barche più tecnologiche del mondo, a pochi metri dalla futura base dei team c’è una comunità che da oltre un secolo insegna un’altra forma di navigazione: quella che permette a un territorio ferito di non smarrire la propria storia e di trasformarla in futuro.
Puoi trovare l’articolo sulla rivista dodicimagazine su : https://www.yumpu.com/it/ArchitestoSrl