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Diversity e inclusion

  30 Gennaio 2021

Il Diversity Management come strada per un talento senza confini

Le trasformazioni che travolgono il nostro paese, in campo sociale, politico ed economico sono sempre più veloci.

In Italia, molte aziende, soprattutto grazie all’introduzione della legge delle Pari Opportunità (legge 165/2001) hanno preso la consapevolezza di poter contare sul Diversity&Inclusion, politica volta a valorizzare le diversità all’interno di un team – che siano di genere, di orientamento sessuale o politico, di disabilità, di etnia eccetera -, per ottenere un effetto positivo sul mercato.

Nasce, così, il Diversity Management, una strategia aziendale che mira a rispettare le diversità per rendere pari ogni opportunità, e creare un clima d’azione sereno in cui la crescita a livello intellettuale e di guadagno – sia per il team che per il datore di lavoro – aumenti giorno dopo giorno.

Più variegato è il team, più ampie saranno le conoscenze e, di conseguenza, maggiore sarà la produzione.

In questo modo, le imprese acquisteranno forza non solo da un punto di vista etico, ma la loro figura esterna risulterà sicura e affidabile.

La diversità non viene intesa come ostacolo, come limitazione di crescita, bensì come risorsa in grado di costruire confini infiniti, dove il talento può essere libero di esprimersi, di insegnare e di trascinare l’individuo in una gestione inclusiva in cui l’integrazione è il principio fondamentale per costruire un rapporto di lavoro solido.

I benefici che se ne traggono sono numerosi, come l’incremento delle performance, cioè il contributo che il singolo lavoratore è capace di apportare; come la possibilità di migliorare la qualità delle decisioni che si prendono, basandosi su dati di fatto verificati; come l’aumento del tasso di innovazione, fattore fondamentale per il progresso economico; come l’incentivo e la motivazione, nati da uno stato interno di benessere che abbraccia valori e obiettivi personali, ma concepiti, innanzitutto, da coefficienti esterni dove il datore di lavoro “premia” il suo dipendente con aumento di stipendio, più tempo libero, benefits eccetera.

Altro giovamento si ottiene per le risorse, per la soddisfazione e per la fidelizzazione dei clienti; ma non solo, perché sempre più nuovi clienti sono attratti da questo tipo di brand.

Ma come misurare l’inclusione? Con il DBI, ovvero il Diversity Brand Index, una scala volta a misurare il reale livello di inclusione dei brand in una prospettiva customer based, ovvero basata sul cliente.

La strategia di misurazione si articola in due fasi: primo step identificare i brand percepiti come più inclusivi dai consumatoria attraverso Survey web, una piattaforma sondaggi, su un campione statisticamente rappresentativo della popolazione italiana; successivamente si passa alla valutazione da parte del Comitato Scientifico delle iniziative/attività realmente realizzate dalle aziende sulla base di auto-dichiarazioni.

Tutto ciò realizzato dal Diversity manager, figura che studia, progetta e promuove iniziative per valorizzare le potenzialità dei singoli individui, diversi tra loro, capaci di portare ciascuno un valore unico alla performance delle aziende. Il Diversity manager, inoltre, coinvolge le RH (Risorse Umane), oggi ancor più indispensabili, poiché aiutano a individuare i profili necessari, a selezionare i curriculum attraverso sistemi digitali e analogici, a valutare i candidati, occupandosi di tutte le burocrazie necessarie all’assunzione. Inoltre, le RH curano la crescita e la formazione del personale, ponendosi come scopo principale l’ottimizzazione dell’organizzazione aziendale complessiva.

Il mondo del lavoro si evolve, e con lui l’esigenza di nuove figure professionali.

di Nunzia Caricchio

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