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Napoli è donna: Matilde Serao, influencer ante litteram

  16 Luglio 2019

Partenope, Sibilla Cumana, Donnalbina, Donnaromita e Donnaregina: sin dalle radici del mito, nella sua millenaria storia, Napoli è donna. Ecco le protagoniste che, ieri e oggi, hanno contrassegnato la cultura, napoletana e non, nella letteratura, nel teatro, nella musica e nel cinema.

MATILDE SERAO

Nella galassia più o meno sommersa delle donne “di ingegno e di cuore” (pensante), che affollano la Via Lattea partenopea infraseculare otto-novecentesca, ce n’è una che brilla più di altre. E non solo per il suo non scontato (e forse, almeno allora, persino impensabile) successo internazionale, conquistato “a furia d’urti, di gomitate” con tempra di lottatrice in un mondo di uomini: nel quale fu capace di coniugare in modo originale – da vera “protacronista” dei suoi tempi – il binomio tra maschile seduzione del potere e potere della seduzione femminile. Ma anche, e forse soprattutto, per l’eccellenza pionieristica, la volitiva intraprendenza e l’ardimentosa capacità di sconfinare in molti campi che l’hanno resa un sorprendente quanto significativo modello (involontario, ma non inconsapevole) di indipendenza femminile attraverso la scrittura, non a caso considerato da Antonio Ghirelli “un autentico miracolo artistico ed esistenziale”. E, a tutt’oggi, ancora attuale. Il suo nome è Matilde Serao (Patrasso, 1856 – Napoli 1927): scrittrice, giornalista, autodidatta di genio, poligrafa, epistolografa, faconda conferenziera, feconda mater familias, occhiuta imprenditrice culturale d’antan, viaggiatrice instancabile, esploratrice dell’esistenza e autorevole opinionista che oggi definiremmo, con anglicismi alla moda, multitasking self made woman, “influencer” ante litteram della carta stampata.

Una donna (figlia devota, moglie e amante appassionata, madre di cinque figli, nonna attenta e trepida, amica generosa dell’intellighentsia dell’epoca), capace di fondare e dirigere, prima in coppia con il marito Edoardo Scarfoglio ma poi da sola, con piglio di costante maternage, sette giornali e riviste tra quotidiani (come “Il Mattino”, nel marzo 1892, e il “Giorno”, dal 1904 alla morte) e periodici (tra i quali i settimanali culturali “Mattino-Supplemento” e “Masto Rafaele”, domenicale satirico e illustrato); una professionista capace di apporre in mezzo secolo di carriera la propria richiestissima firma su oltre un centinaio di testate, italiane ed estere, e di intrattenere fitte corrispondenze pubbliche e private firmando nel contempo, con altrettanta fluviale e febbrile operosità di scrittrice (candidata sin dal 1924 al Premio Nobel per la letteratura, negatole per il suo fiero antifascismo, e assegnato invece, nel 1926, a Grazia Deledda), 70 titoli di libri tra romanzi, 165 novelle e racconti, reportage, inchieste, testi di conferenze e pubblicazioni religiose, scritti per l’infanzia, per il teatro, per la pubblicità e persino, dal 1914, sceneggiature per il cinema. “Lavorare e amare, questo è il mio ideale”, confidava Serao stessa, non a caso considerata dai suoi contemporanei un Balzac in gonnella, la “George Sand italiana”, ma anche la più forte prosatrice d’Italia (Carducci), idealista che lavora alla scuola del realismo (Ojetti), regina dell’oralità secondaria, grande giornalista del romanzo (Flora), donna che dipinse con la penna (Panzini) e la più grande pittrice di folle del nostro verismo (Momigliano).

Ed è proprio la sua vibrante anima sociale a parlarci ancora oggi, con l’insuperata testimonianza di capolavori come i racconti di infanzie (Piccole anime), le pagine dell’inchiesta-denuncia Il ventre di Napoli, o quelle del romanzo-corale Il paese di cuccagna, e quelle antibelliche di Mors tua, quelle degli affreschi giornalistico-parlamentari nei romanzi dell’avventura romana, per non tacere della moltitudine di figure femminili interclassiste che popola ogni scritto seraiano incline, nei libri come negli articoli, ad una complicità affettiva e dialogica con i propri lettori che amava, riamata. “Io, è inutile, sono grafomane, come diceva il povero Scarfoglio; e la carta, la penna e il calamaio sono le sole cose che mi avvincono, fra tutti gli oggetti di questa terra”, ironizzava l’anziana scrittrice in una lettera inedita del 24 gennaio 1921 alla figlia Eleonora. Un piccolo segno del “supplemento d’anima” necessario ad ogni comunicazione autentica, e dell’umanità di Serao: perché in fondo, come sottolineò Pancrazi, “materno fu il suo sentimento fondamentale verso la vita. Nel suo vivace occhio scrutatore, senti sempre presente quella sollecitudine e quella pietà”.

di Donatella Trotta,
– Giornalista, autrice. Tra i suoi volumi e interventi su Matilde Serao: Album Serao (Fausto Fiorentino editore, 1991); La via della penna e dell’ago. Matilde Serao tra giornalismo e letteratura (Liguori, 2008); Le Italiane (Castelvecchi, 2010): Visibili, invisibili. Matilde Serao e le donne dell’Italia post-unitaria (Cnr/Cug 2016)

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