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Con il caffé. Napoli in posa

  19 Luglio 2019

“Spesso diamo per scontato molte cose tendendo a sminuirle, che altri, soprattutto all’estero, considerano eccezionali nella loro unicità tipica partenopea. Sicuramente il caffè, in questo scenario, rappresenta un’eccezione in quanto riconosciuto un ‘unicum’ nel mondo sebbene mai assunto a simbolo per pretesti culturali di qualsiasi genere”. Salvatore Sparavigna, giornalista, fotografo e videomaker di lunga esperienza, ha dedicato alla corroborante bevanda il progetto “Le pose del caffè”, con un percorso espositivo e tre volumi ambientati a Napoli, Capri e New York. “In questi ultimi anni – aggiunge Sparavigna – i napoletani stanno acquisendo maggiore consapevolezza del proprio ‘brand identity’ valorizzando tanti aspetti della propria napoletanità”.

Quali sono i valori che legano il caffè a Napoli?

Appartengono esclusivamente alla nostra cultura, al nostro modo di essere e di intendere la vita di tutti i giorni. Sono gli stessi con i quali ogni volta abbiamo un pretesto in più per degustare questa misteriosa, attraente, nera, forte ed eccitante bevanda dove riconosciamo l’intero universo del cuore napoletano. Non a caso, alla nostra “pausa caffè” diamo una notevole importanza e ad essa destiniamo importanti momenti nei quali gravitano emozioni, sensazioni, riflessioni, amori, etc.

Come nasce il progetto “Le pose del caffè a…”?

Volevo rappresentare, attraverso la fotografia, l’universo napoletano che gravita attorno alla nostra “tazzullella ‘e cafè”. Giocando anche sul termine “posa”, ho fotografato personaggi napoletani, in posa e contestualizzati nelle location a loro più connesse, mentre sorseggiano il caffè esprimendo un pensiero dedicato a questo momento topico tutto napoletano, dando importanza sia al momento del caffè che al loro essere napoletani. Fu un tour de force molto emozionante, ma il grande successo della mostra, con relativo catalogo, che si tenne a Castel dell’Ovo, mi ripagò di tutti gli sforzi. Fu un primo tentativo di approfondire l’aspetto culturale del caffè, seppur in salsa nostrana, ma tanto bastò per ripetere l’esperienza creativa, a Capri, mettendo al centro della “posa” le “coppie” habitué dell’isola ed i suoi incantevoli scenari.

Dopo Napoli e Capri, con il caffè ha attraversato l’oceano…

Proposi alla Regione Campania “Le pose del caffè a…New York” dove intercettai personalità italoamericane legate alla “tazzulella”, che nella grande mela viene chiamata “espresso” contro l’oscura bevanda calda in contenitore di plastica chiamata caffè. Più volte al giorno partivo da Manhattan con la metropolitana, arrivavo “un momento” a Brooklin per godermi un ottimo “espresso” al bar pasticceria “F.lli Fortunato” e poi tornavo al lavoro nella city.

Quali sono stati gli incontri più eccitanti?

Sicuramente quello con l’attore John Turturro, che ho inseguito per settimane, per fotografarlo mentre con la mitica tazzullella in mano imitava Eduardo nel monologo del caffè in “Questi fantasmi”. Come location riuscii ad avere a disposizione l’unico balcone stile italiano presente a Brooklyn. Finito lo shooting fotografico, gli regalai una macchinetta classica napoletana e lui tentò di spiegare dinanzi alla telecamera, come si preparava il caffè e la funzione del “cuppetiello”.

Dopo le mostre ed i tre libri il progetto non è andato avanti. Come mai?

Volevo dare un significato più ampio al mio progetto, pensando di realizzare, come quarto volume, “Le pose del caffè …per la pace”, fotografando in giro per il mondo, rappresentanti internazionali del pacifismo, intellettuali, esuli, dissidenti in esilio, rifugiati, etc. ma anche coppie diciamo “anomale”, rappresentate da realtà opposte che si facevano la guerra. In Palestina fotografai Arafat, alcuni sindaci palestinesi che avevano firmato la carta della pace e i leader pacifisti con la mitica tazzulella in mano, così da preparare un dettagliato progetto che includeva anche Papa Giovanni Paolo II. Purtroppo non se ne fece più nulla: non so se perché cambiarono i vertici alla Regione, o perché il budget era notevole, oppure la pace era – e lo è ancora – un obiettivo lontano.

> di Maria Pia De Angelis

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